Nuvolento, passato e presente

Notizie generali

Nuvolento è situato nell'alta pianura bresciana, a 176 m sul livello del mare e comprende una parte collinare delle prealpi meridionali. Si sviluppa lungo la ex SS 45 Bis in direzione Salò, da cui dista 15 km e dista 15 km da Brescia in direzione Nord-Est. Il territorio del Comune misura 7.45 kmq. di superficie ed i suoi abitanti sono 3.930.
Il paese non ha frazioni, ma è suddiviso in sei contrade: Pieve, Nebbia, Castello Sera, Castello Mattina, S. Andrea e Sum.

Cenni storici

Origine del nome di Nuvolento

Ci sono più ipotesi relativamente all'origine del nome.
La prima fa derivare il nome dal latino "nubilus", a indicare un luogo coperto di nubi.
Una seconda ipotesi suggerisce la derivazione del nome dal latino "novus" o "novellus" ad indicare un territorio nuovo, ottenuto da operazioni di bonifica, avvenute specialmente ad opera del monachesimo, nei secoli V - IX. Una ulteriore ipotesi fa derivare Nuvolento dal nome dato al luogo dai Galli Cenomani nel V e IV secolo a.C. "new-land" che significa letteralmente nuova terra ( e che si può leggere come niù-lent) per indicare un nuovo insediamento come luogo di sosta nel loro viaggio per il rifornimento del legname lungo le colline bresciane.
In documenti del XI secolo, conservati presso l'Archivio Vaticano, il paese è definito come "Nubolento" o anche "Nubulento", mentre in un documento del 1138, riguardante una convenzione stipulata tra il Monastero di S. Pietro e la Pieve di S Stefania, esso è detto "Nuvulento".
In un documento del 1215 il nome cambia in "Nebulentum".
Nella "Carta del Territorio Bresciano" del 1597, a cura di Leone Pallavicino, il nome muta in "Nigoleto" e nelle "Memorie Bresciane" di Ottavio Rossi del 1693 esso diventa infine " Nigolento".

Cenni storici

Come per i paesi vicini, le origini sembrano risalire ai tempi dei Celti e degli Etruschi, anche se maggiori informazioni si hanno al tempo dei Galli Cenomani (V - IV secolo avanti Cristo). A seguito della vittoria ad opera del console romano Cetego del 197 a.C. sui Galli Cenomani, nel luogo dove ora sorge la Pieve, punto d'incontro di strade che mettevano in comunicazione Roma, attraverso la via Emilia, con le Gallie da una parte e con le regioni del Reno in Germania dall'altra, venne costruito un centro di smistamento e di sosta per il cambio dei cavalli dei corrieri romani, con un tempietto dedicato a Marte (dio della guerra). Vi era inoltre un presidio militare (castrum), con un mercato per gli scambi commerciali ed un tribunale con magistrati che sovrintendevano all'amministrazione della giustizia, alla manutenzione delle strade e agli approvvigionamenti annonari. Sul posto sono state ritrovate lapidi, steli, altari e resti di ville che testimoniano l'estensione del villaggio fino a Nuvolera. In tempi successivi, la giurisdizione amministrativa e religiosa è stata esercitata dalla Pieve cristiana, centro politico e commerciale che estenderà la propria influenza su numerosi paesi del territorio, da Gavardo fino a Mazzano, fino al 1500. La Pieve è detta di "Santa Stefania", anche se sembra che questa Santa in realtà non esista. In effetti. Il 2 agosto si ricordava Santo Stefano I° papa, mentre il 3 agosto si ricordava il rinvenimento del corpo di Santo Stefano proto-martire. Queste due feste erano dette, in latino, 'Stephania" (letteralmente le Stefanie ossia le feste dei due Stefani); quindi Santa Stefania indicherebbe in realtà non una Stefania divenuta Santa, ma i due Stefani venerati come Santi. Nonostante l'importanza della Pieve come luogo d'incontro delle vie di comunicazione, il paese si è in realtà sviluppato nel tempo a ridosso delle colline, specialmente in corrispondenza dell' Arsana. dove i monaci Benedettini,nel corso delle loro opere di bonifica dei terreni della pianura, avevano creato un Monastero succursale del monastero principale di Serle. Dopo la metà del XIV secolo, viene meno l'autorità del Monastero di Serle, che passa ai canonici di San Giorgio in Alga di Venezia, i quali all'Arsana, Sum e Castello costruiscono centri di grande attività civile e rurale. Attorno a questo nucleo originario sorse quindi un certo numero di abitazioni, situate a notevole (per l'epoca) distanza dalla Pieve, tanto che successivamente venne costruita una nuova chiesa, più vicina al nuovo centro abitato. Di tale chiesa, detta Santa Maria della Neve, si parla nel resoconto della visita pastorale del 1566, definendola come "plebana" (cioè dipendente dalla Pieve che fungeva da chiesa principale), mentre nel 1580 essa viene assunta al rango di chiesa parrocchiale. Nel 1610 il censimento effettuato dal veneziano Giovanni Da Lezze stabilisce che a Nuvolento vi sono 800 anime. Durante i moti del Risorgimento, il 30 giugno 1849, alcuni patrioti assaltano la caserma austriaca di Nuvolento e qualche giorno dopo assaltano un convoglio militare: essi saranno tutti fucilati a Brescia, sullo spiazzo di S. Chiara. Nel 1906 viene inaugurata la Scuola Materna.

La Parrocchiale

La nuova parrocchiale

Si tratta di una costruzione di stile genericamente neoclassico, ad aula unica. II suo interno, pur non avendo nulla di eccezionale, offre tuttavia un insieme ben proporzionato e armonico. L'altar maggiore e gli altri altari di marmo, dovevano avere - come scrive il Guerrini - delle pale di buon autore, ma esse, purtroppo, sono state in seguito sostituite con statue che nulla hanno di artistico. In epoca recente (1948), durante il parrocchiato di don Giuseppe Bertuzzi, l'interno della chiesa venne totalmente restaurato e abbellito con decorazioni e medaglioni, ad opera dei pittori bresciani Mario Pescatori e Giuseppe Simoni. Del primo, ricordiamo le figure del profeta Isaia e di S. Tommaso; del secondo, quelle di S. Agostino e di S Luigi Gonzaga. Nel manoscritto Paglia esistente presso la Biblioteca Queriniana di Brescia e risalente al 1600, si legge che in antico la parrocchiale possedeva anche una tela del Moretto: purtroppo, di essa non esiste più alcuna traccia. L'altare maggiore è sormontato da una pala del pittore bresciano Andrea Celesti (sec XVII-XVIII); in essa l'artista ha rappresentato la 'Visione di S. Liberio papa", in seguito alla quale, a Roma, venne edificata la Basilica di S. Maria Maggiore, ed è appunto per questa ragione che anche la parrocchiale di Nuvolento è oggi dedicata a S Maria della Neve, la cui festa si celebra il 5 agosto di ogni anno. Merita poi di essere ricordata anche la pala della "Madonna del Rosario" di Luigi Basiletti.

La Pieve

La Pieve, oggi

Di ciò che era,un tempo,l'antica "pieve" di Nuvolento, intesa non tanto e solo come chiesa, ma come centro politico e commerciale stendente la propria giurisdizione amministrativa e religiosa sui numerosi paesi del territorio - Goglione sopra e Goglione sotto, Paitone, Serle, Nuvolera, Mazzano, Molinetto - oggi non rimane che la vecchia e veneranda basilica-santuario, “abbandonata” ormai quasi sola nell'ampia distesa dei campi e lontana quasi un chilometro dall'attuale borgata e dalla nuova chiesa parrocchiale eretta nel centro di essa circa la metà del secolo XVIll. Questa antica chiesa, ancora chiamata 'la pieve', conserva tutto il fascino di un vecchio monumento cristiano, severamente ispirato a religiose austerità. Tutta via, essa, con il trascorrere degli anni, ha mutato molto le sue linee primitive, incerta è la data della costruzione della chiesa attuale, il Panazza indica come attribuibili al secolo XI o già al principio del XII, in quanto riconducibili agli schemi normali in uso per gli edifici religiosi a una o a tre navate, l'abside e il campanile: quest'ultimo, tuttavia, limitatamente alla sua parte più bassa. L'interno della chiesa non ha una struttura architettonica particolarmente originale; pur tuttavia, attraverso la primitività delle forme e la semplicità delle linee, traspare una severa maestà che non manca di colpire il visitatore. Pare che l'abside semicircolare romanica, testimoniante forme architettoniche di stile lombardo - cluniacense tipiche nelle nostre zone fra i secoli XI e XIII, sia stata eretta sull'area di un preesistente sacello pagano, poi trasformato in tempietto cristiano; ma di questo non si hanno notizie sicure. Quanto alla navata rettangolare, divisa in quattro parti da arconi a sesto acuto e risalenti ai secoli XIII-XIV, essa - come afferma il PERONI- è stata ricostruita utilizzando il nucleo presbiteriale più antico, risalente al IV o al V secolo, innestandola appunto sull'ampia abside semicircolare e utilizzando il tracciato della vecchia chiesa. Ecco quanto egli scrive a questo riguardo: " si tratta di una serie di quattro campate coperte da un tetto a vista, con rivestimento interno di travetti e mattonelle dipinte con curiosi e rozzi motivi, assai tardi ma ricalcati su una formula che abbiamo già visto al Carmine di Brescia e che si conserva in qualche altro caso, come nel Santuario di Sabbio Chiese e in S. Maria di Pian Camuno. Gli arconi trasversali a sesto fortemente acuto partono da grossi e profondi sostegni parallelepipedi,con imposta piuttosto bassa, segnata da un rozzo àbaco" La chiesa, in origine, non possedeva cappelle e altari laterali: essi vennero aggiunti in epoca più tarda, allo stesso modo che venne eseguito il rifacimento del tetto Le pareti, in vece, dovevano essere decorati con affreschi molti di essi, in occasione di un successivo rifacimento completo dell'interno della chiesa, avvenuto nel 1736, vennero ricoperti. Ne rimane la testimonianza in alcuni pochi lacerti affioranti qua e là al di sotto degli intonaci. Gli altari laterali oggi esistenti, ricavati negli interspazi della seconda campata- quello della Madonna e il secondo che lo fronteggia sul lato di destra- son di epoca tarda, come si è detto, del 1500 circa e per di più dovettero subire profondi rimaneggiamenti nel secolo XVIll, in omaggio al gusto barocco allora imperante Uno di questi altari, quello sul lato sinistro della navata, è sormontato da una singolare semicalotta a ombrello: quest'ultima- come sottolinea ancora il Peroni - 'è decorata da buoni affreschi di tipo ferramoliano, assegnabili agli inizi del '500, che trovano spiccate analogie con quelli della cappella di S Sebastiano nella chiesa di S. Lorenzo a Berzo inferiore. Notevole,poi,la "Deposizione" di Paolo da Caylina il Giovane". Al secolo XV e forse di poco posteriore all'abside della chiesa, come scrive il Panazza, risale anche la cella del campanile: lo si può rilevare sia dal tipo di muratura sia dalla forma ad arco acuto delle finestre. Tuttavia, la parte inferiore del campanile, come già detto in precedenza, risale molto più indietro nel tempo: essa infatti “presenta alla base grandi pietre squadrate, alcune bugnate, quasi certamente avanzi di costruzioni romane”. Abbiamo accennato in precedenza agli affreschi che vennero per buona parte ricoperti m occasione del rifacimento interno della chiesa, avvenuto nel 1736. Tra i pochi che si sono salvati,vale la pena di ricordarne uno, di autore ignoto, rappresentante la 'Madonna della Pietà', perché è proprio da questo antico dipinto che ebbe inizio - non sappiamo esattamente quando - il culto popolare dei fedeli di Nuvolento e dei paesi vicini, verso quella che in seguito, a partire dal 1672. venne chiamata la "Madonna della Pieve". Le notizie a questo riguardo le troviamo in un raro libretto citato dal Guerrini dal titolo ' Breve Istoria della S. Vergine della Pieve di Nuvolento, diocesi di Brescia, data in luce nell'anno 1736 per ordine de' Signori Reggenti della medesima Pieve e da essi dedicata alli Divoti di questa Miracolosa Madonna", stampato in Brescia dal tipografo Gianbattista Bossino. In questo libretto leggiamo che sin dal 1672 era molto viva negli abitanti di Nuvolento la devozione verso il Santuario della Pieve e in special modo per l'immagine della “Madonna della Pietà”, collocata un tempo su un muro rustico della chiesa; e proprio per la ragione che essa si trovava in luogo "troppo angusto" si ideò di collocarla “in luogo più decevole, più capace,più decoroso”, erigendovi un apposito altare. Ma allorché si pose mano all'operazione, non certo priva di difficoltà,stante la precaria condizione m cui si trovava la parete che ospitava l'affresco, quest'ultimo, con grande meraviglia dei presenti, si staccò da solo dal muro e cadde a terra ai piedi della parete medesima, rimanendovi intatto. Tutti i presenti gridarono al prodigio e l'effigie della Vergine - che già in precedenza era stata oggetto di grande venerazione a motivo delle grazie che da Lei si ottenevano - vide aumentare ancor più la devozione popolare. E quasi a premiare la pietà del popolo, la Madonna volle dimostrare ancora una volta la sua potenza. Ecco come l'anonimo autore del citato libretto prosegue la sua narrazione, non priva di una certa quale ingenuità: quando gli operai si apprestarono ad aprire il vano nella nuova parete, allo scopo di collocarvi la sacra immagine, ebbero timore che la muratura così aperta non potesse resistere e perciò si appartarono per discutere insieme il modo migliore con cui risolvere la questione. Ed ecco il nuovo "prodigio": si udì all'improvviso un grande fracasso, come se l'intera parete fosse crollata, ma quando gli operai, spaventati, tornarono sul posto, videro con immensa sorpresa che la sacra immagine di propria iniziativa, era sistemata nel luogo voluto. E l'autore conclude: "per tutti questi fatti, la venerazione del popolo di Nuvolento verso la "Madonna della Pietà” andò crescendo sempre di più anche nei secoli successivi”. Recentemente, il Santuario della Pieve e il vicino campanile sono stati sottoposti, a cura del Comune di Nuvolento, a un intervento di restauro per quanto riguarda la parete esterna: infatti, nel 1985-1986, in occasione della sistemazione del piazzale antistante la chiesa, si procedette - con la consulenza della Sovrintendenza ai Beni Architettonici di Brescia - al ripristino delle pareti esterne del tempio, liberandolo dalle sovrastrutture posteriori e mettendo in luce le pietre originarie; e cosi pure si provvide al consolidamento del campanile, che, data la sua vetustà, si trovava in condizioni alquanto precarie In questo modo, l'antico Santuario, così caro ai fedeli di Nuvolento, è ora nelle migliori condizioni di affrontare i secoli a venire. Nelle immediate vicinanze della Pieve è possibile osservare altri elementi antichi, alcuni coevi alla stessa, altri riutilizzati nella costruzione. In una delle lesene esterne all’ abside della chiesa, ad esempio, è murato un frammento corniciato che il Panazza data all' VIII-IX secolo, esso è di provenienza sconosciuta ed è decorato con un tralcio irregolare a “V” in bassorilievo. Altro frammento di pietra bianca, recante tre croci di tipo longobardo, è visibile nella muratura esterna all’altezza di circa tre metri dal suolo. A questi elementi sono poi da aggiungere ì numerosi resti architettonici recentemente (1985) venuti alla luce durante la sistemazione del piazzale antistante il cimitero, riferibili - come si è detto - a basamenti di colonne, a parti di plutei barbarici, a vasche monolitiche, etc. Anche nel rustico annesso alla Pieve - che anticamente doveva essere parte integrante del complesso - sono riconoscibili strutture sicuramente antiche, quali aperture a tutto sesto successivamente murate, unitamente a conci di pietra di notevoli dimensioni. Vale poi la pena di accennare qui a una curiosa notizia che lo scrivente raccolse diversi anni fa dalla viva voce del contadino addetto alla conduzione del fondo. Egli riferì che in occasione dello scavo di fondazione del porticato rustico posto a fianco della cascina, venne rinvenuta - sono sue parole! - una specie di sedia dì pietra, provvista dì braccioli, lavorata in un unico blocco; essa rimase a lungo sul mucchio del materiale scavato, poi, rotta in vari pezzi, finì cementata nelle fondazioni stesse della costruzione. E' difficile stabilire di che cosa si poteva trattare, anche se non si è lontani dal pensare che l'elemento trovato potesse essere un'ara funeraria romana, nella quale le estremità laterali del pulvino potevano suggerire all'ingenuo contadino l'idea dei "braccioli" d'una sedia.

La chiesa di S. Andrea

La Chiesa di S. Andrea

Col trascorrere del tempo, l'antica Pieve, anche per la notevole distanza dal paese che, nei frattempo, era andato sviluppandosi più a ovest, ai piedi delle colline, perdette poco per volta la sua prerogativa di chiesa parrocchiale e venne perciò, come tale, abbandonata. Questo avvenne, con ogni probabilità, agli inizi del secolo XVI. Si cominciò pertanto a celebrare le funzioni religiose nell'antica chiesetta di S. Andrea, risalente al secolo XII, posta all'inizio della strada che porta a Serle; e oggi, in questo luogo, è ancora possibile osservare ciò che resta di questa chiesetta a navata unica, col tetto a capanna e l'abside semicircolare. A proposito della chiesa di S. Andrea, il Panazza scrive:"di questa chiesetta oggi si conserva, di originario, il solo lato settentrionale (con le sue alte monofore a doppia strombatura lisvìcia e la stessa muratura a vista con corsi orizzontali di conci non sempre ben squadrati e inframmezzati da alti strati di calce) e una piccola parte dell'abside, nascosta da edifici civili. La facciata,il lato sud e l'interno con la vòlta a botte sono rifacimenti tardi... La chiesetta, ricordata in un documento del 1138 era di proprietà del monastero di S. Pietro in Monte e, presso di essa, nel secolo XVI, ebbe la propria residenza ufficiale l'abate del famoso monastero di origine longobarda". All'esterno della chiesetta vi sono delle vecchie case che comunemente vengono indicate dai locali con il nome di castelli: in alcune di esse si possono ammirare affreschi votivi risalenti al secolo XV Nella contrada,poi,che oggi viene chiamata con lo stesso nome, Il 30 novembre di ogni anno- festa di S. Andrea - si svolge la fiera, con esposizione di mercerie e di generi vari. Che le cose si siano svolte in questo modo, ce lo attestano due testimonianze. La prima la troviamo negli "Atti" della prima Visita Pastorale che il Vescovo di Brescia Domenico Bollani fece alla comunità di Nuvolento nel 1566: in essa si afferma che la cura delle anime non veniva più esercitata nell'antica Pieve, ma nella piccola "chiesa di S. Maria del Castello"; la seconda testimonianza ci viene offerta da Bernardino FAINO, vissuto dal 1597 al 1637, sacerdote erudito e cultore delle memorie religiose della diocesi bresciana, il quale, nella sua opera "Coelum Ecclesiae Bnxianae* del 1668 scrive testualmente: " La chiesa di Nuvolento, con il titolo di S. Maria della neve, che ha tre altari, è parrocchia arcipretale e ha sotto di sé: l'antica chiesa di S. Stefano, che era l'antica Parrocchiale e ora è solamente titolo del Beneficio, la chiesa di S Andrea apostolo, di diritto del Monastero di S. Pietro in Oliveto di Brescia, l’ Oratorio presso le case dei Canonici di S. Giorgio di Alga, i quali vivono accanto al monastero medesimo". Riassumendo, quindi, possiamo dire che la comunità di Nuvolento ebbe come sua primitiva chiesa parrocchiale la Pieve antica; da qui essa, intorno al 1500, venne trasferita nella chiesa di S. Andrea, sotto il titolo di S. Maria del castello;e finalmente, nel secolo XVIll, trovò la sua definitiva collocazione nell'odierna chiesa di S. Maria della Neve.

La villa romana di Nuvolento lungo i percorsi tra Brixia e il Garda

La felice posizione geografica del luogo, posto all’ingresso della Val Sabbia, lungo percorsi frequentati e di raccordo sia tra le valli e la pianura sia tra Brixia e Verona, ha certamente giocato un ruolo fondamentale nella scelta di costruirvi, nella prima età imperiale, un complesso residenziale e produttivo importante. Esso era infatti collocato lungo infrastrutture di collegamento ai grandi centri, in particolare alla probabile diramazione della antica via “Gallica”, una arteria secondaria che collegava Brixia con la Val Sabbia e il lago di Garda; ne testimoniano l’importanza il miliare di Costantino rinvenuto appunto a Nuvolento nell’area della Pieve e quello di Costantino e figli da Bottenago, entrambi conferme materiali della cura posta dagli imperatori nel mantenere efficiente la rete stradale che collegava la colonia bresciana con le altre città dell’Italia settentrionale.
Il nome della località deriva dalla vicina Pieve romanica, dove sono stati effettuati significativi ritrovamenti epigrafici ed architettonici e dove si sono evidenziate strutture murarie riferibili a precedenti edifici romani e altomedievali.
Nel territorio circostante si sviluppò in età romana una vita economica particolarmente intensa. Elemento trainante era l’agricoltura, che trovava elementi favorevoli nella particolare fertilità del suolo e nelle buone condizioni climatiche: vi si coltivavano cereali, in particolare il frumento, la spelta, l’orzo, il farro, gli alberi da frutto (gelsi) e la vite. Ma forse anche l’allevamento del bestiame ebbe un ruolo non secondario nell’economia del territorio come pure l’attività delle cave, sviluppata in particolare nelle aree vicine corrispondenti agli attuali centri di Botticino, Nuvolera, Rezzato, Mazzano e Virle, ben collegate dal percorso stradale Brixia- Verona ma anche da quello alternativo lungo il Chiese. Officine laterizie di una certa rilevanza sono inoltre attestate, sempre nello stesso comprensorio, a Casto, Gavardo, Serle.
La villa di Nuvolento fu indagata nel corso di campagne di scavo, sempre parziali, condotte in momenti successivi, prima tra 1986 e 1987, poi nel 1995, che portarono alla immediata conferma di quanto già si intuiva dalla lettura di una foto aerea realizzata negli anni ’80 nella quale emergeva la traccia di un grande edificio residenziale; la sua quasi radicale distruzione, dopo le demolizioni già operate in antico e nel medioevo, si deve in gran parte ai lavori agricoli, in particolare alle massicce arature del secolo scorso. In seguito l’espansione a carattere industriale dell’area ha purtroppo reso ulteriormente difficile ricomporre in un disegno comprensibile e unitario le tracce delle vicende insediative che la videro protagonista in antico.
Gli scavi degli anni ’80 misero in luce i resti, per lo più in fondazione, di un complesso residenziale sviluppato intorno ad un cortile quadrato orientato verso sud, con vani disposti lungo i lati, alcuni dei quali risultavano radicalmente ristrutturati in una fase più tarda attraverso l’addizione di varie parti absidate. I pavimenti erano quasi del tutto perduti, salvo alcuni lembi in laterizio, malta o cocciopesto; tessere di mosaico rinvenute in vari punti, come pure gli stucchi e le lastre di marmi bianchi e colorati, pertinenti a rivestimenti parietali e pavimentali, suggerivano comunque la presenza in origine di apparati decorativi di maggior pregio. Della corte quadrata si conservano elementi della canaletta in Botticino posta a separare la fascia esterna di portico, probabilmente pavimentata a mosaico, dal lastricato centrale con vasca di raccolta delle acque, forse destinate ad alimentare una cisterna ad uso interno. Nulla possiamo dire dell’accesso, presumibilmente nel settore a sud del cortile, in area finora mai indagata: ospiti e proprietari raggiungevano gli ambienti di rappresentanza e i vani privati disposti sul fondo transitando attraverso il cortile o anche seguendo un percorso laterale, lungo il vano porticato collocato sul lato orientale dello stesso cortile; un basamento rettangolare addossato ad uno dei suoi lati può forse suggerire la presenza di un larario o comunque di un apprestamento per il culto privato, tipo di struttura, come è noto, molto diffusa negli ambienti adiacenti ai cortili interni delle domus.
Se le indagini effettuate alla fine degli anni ‘90 non consentirono di definire l’estensione totale del complesso tuttavia risultò evidente che esso si sviluppava sia verso est, cioè verso la Pieve, sia verso ovest e sud, mentre era certo il suo limite verso nord, sottolineato dalla presenza di un muro di recinzione. L’impianto che appare ancora oggi più chiaramente leggibile è quello che si riferisce alla più tarda fase d’uso della villa, che conserva comunque la corte porticata quadrata come elemento centrale modificando invece radicalmente la struttura dei vani a nord di esso, in origine forse più ampi e con uno sviluppo più regolare, invasi poi nella fase più recente dalle espansioni delle absidi.
Altri sondaggi effettuati qualche anno dopo consentirono di documentare settori della probabile pars rustica della villa, con semplici vani pavimentati in battuto di laterizi, disposti a sud dell’impianto residenziale. Infine nel 1995 indagini ulteriori portarono al rinvenimento della parte termale dello stesso complesso, nella quale si sono riconosciuti un probabile calidarium e un ampio praefurnium che alimentava un esteso e articolato sistema di ipocausti. In questo caso la maggiore profondità delle strutture, quasi tutte in origine seminterrate rispetto al piano di campagna, consentì di mettere in luce parti di alzato più significative e di recuperare molti materiali, per lo più pertinenti agli apparati decorativi dell’edificio e utilizzati come riempimento di una colmata realizzata a scopo di livellamento subito dopo la sua obliterazione e la rasatura dei perimetrali.
Sono state così raccolte parti dei rivestimenti parietali in lastre marmoree e intonaco dipinto delle sale termali, elementi del sistema di riscaldamento, sia a parete sia pavimentale, frammenti di stucco e piccole porzioni di modanature architettoniche.
Va rilevato che il sistema di sale di rappresentanza fornito di sistemi sofisticati di riscaldamento riguardò solo l’edificio nelle sue fasi più antiche. Infatti anche qui come nel settore residenziale nuove murature absidate si inserirono nell’edificio preesistente modificandone la struttura, obliterandone e mandandone in disuso varie parti tra le quali anche l’impianto di riscaldamento.
Le ultime indagini (2011-2012), effettuate in occasione del restauro e della sistemazione della villa all’interno di un Parco fruibile al pubblico, hanno fornito ulteriori elementi di comprensione in particolare per il settore residenziale, sia per l’articolazione dei suoi spazi interni sia soprattutto per la sequenza di ristrutturazioni che lo hanno interessato nel tempo.
Estesa per oltre 3000 mq., la villa si presenta riconoscibile nelle parti residenziali e di rappresentanza per l’ampiezza dei vani e per il disegno architettonico unitario, oltre che per la presenza di tracce di mosaici, pitture parietali e rivestimenti in marmo; la pars rustica invece, con i vari settori adibiti alla produzione ed al servizio si distingue, qui come in altri casi, ad esempio nelle ville lombarde di Monzambano e Ghisalba per il piano generale più modesto, dettato dalle esigenze funzionali che si creavano e modificavano con frequenza nel tempo, e per l’adozione di tecniche costruttive semplici e resistenti, come i pavimenti in cocciopesto o laterizio per vani che erano probabilmente adibiti a deposito per cereali, a frantoio, torcularia per la spremitura di uva e olive, doli per la conservazione di vino e olio.
Altro elemento che caratterizza dal punto di vista archeologico la villa di Nuvolento è la fitta sequenza di successive ristrutturazioni al suo interno, un’evidenza del resto estremamente diffusa e comune a molti insediamenti dello stesso genere, resa leggibile dalle tecniche di scavo più evolute e più adatte a ricomporne con fedeltà lo sviluppo nel tempo.
Sono state riconosciute cinque fasi. La fase 1 (fine I secolo a. C.- prima metà del I secolo d.C.), corrispondente al periodo della romanizzazione che probabilmente coincise con la prima occupazione stabile delle campagne: pochissimi ed incerti gli indizi strutturali ma numerosi i materiali residuali che la attestano, come la ceramica comune, da cucina e da mensa, o a vernice nera, tipica di questo primo periodo o le caratteristiche coppe ad orlo inflesso di tipo tardo-celtico. Nella fase 2 (I-II secolo d.C.) l’edificio residenziale si struttura come un compatto corpo di fabbrica a pianta rettangolare, con una serie di vani regolari gravitanti sul cortile, un corridoio di disimpegno lungo tutto il perimetro ed un muro di recinzione esterno. La fase 3 (III secolo d.C.) corrisponde a una serie di modifiche realizzate all’interno dei vani. Nella fase 4 invece (IV secolo d.C.) si registrano molte e significative attività di ristrutturazione tra le quali le più vistose sono rappresentate dalla espansione con absidi di alcuni corpi del settore residenziale, a conferma che l’edificio romano, rimasto in uso fino alla tarda antichità, aveva ricevuto modifiche sia negli aspetti funzionali interni e nei servizi sia nell’articolazione degli spazi. Queste vicende particolari trovano corrispondenza più in generale nel fenomeno del diffondersi delle concentrazioni terriere da parte di grandi possessores, che le fonti peraltro ricordano aver abbandonato in gran numero le città sul finire dell’impero.
La fase 5 (inizi del V secolo d.C.) è caratterizzata dal degrado e dall’abbandono dei vari corpi dell’edificio, seguiti dallo spoglio quasi radicale di murature, elementi architettonici e arredi. Infine nella fase 6 (V-VI secolo d.C.) il sito viene di nuovo occupato con strutture che utilizzano in modo parziale e selettivo gli ambienti preesistenti ridotti allo stato di rudere, secondo le modalità di frattura-continuità caratteristiche dei processi insediativi propri dei primi secoli dell’altomedioevo. Modesti alzati lignei indicati da serie di buchi di palo sui battuti, muretti di pietrame con leganti di argilla, tramezze, occupano e frazionano gli spazi più ampi e regolari dei vani preesistenti, con focolari a suggerire il loro uso come cucine e piccole cavità nei resti di cocciopesto a indicare possibili paletti, stabbi e truogoli per piccoli animali da cortile. I pavimenti sono semplici battuti di terra. Anche la vasca centrale del cortile in questa fase viene probabilmente riutilizzata come abbeveratoio.
Il riutilizzo della villa, datato piuttosto puntualmente dai materiali rinvenuti, è stato registrato con evidenza più marcata nel settore sud della parte residenziale, oggetto dei nuovi scavi, e nell’area dell’impianto termale.

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